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News Dicembre 2019

L’oggetto deve servire la persona. Il fattore umano e le sue interazioni sono il fondamento. Non mi piacciono gli oggetti vanitosi e i dettagli superflui

Quando abbiamo chiesto a Michael Geldmacher i tre aggettivi con cui si definirebbe, ci ha risposto che dovrebbero essere gli altri a rispondere. Quindi ecco la nostra risposta: talentuoso, intrigante, genuino. Il designer tedesco, ideatore di icone quali “Random shelf” ed “Elephant”, nel 2018 ha dato vita a Layer.

Com’è nata Layer?

Volevo creare una sedia con una sua logica interna, in cui l’estetica seguisse logicamente l’elemento strutturale e vice versa. L’idea di partenza era lo schienale in multistrato, che si unisce ai braccioli, tutto il resto è venuto da sé, di conseguenza. Volevo una seduta che sembrasse esistere da sempre, pur essendo nuova.

Quando ho cominciato a lavorare al progetto di una sedia in legno, l’amico Paolo Lucidi mi ha suggerito di contattare Billiani. Luigi si è fin da subito dimostrato entusiasta della mia idea, ma man mano che il progetto prendeva forma non sono mancate le modifiche e i cambi di direzione. Abbiamo affrontato miglioramenti costruttivi, risolto piccole criticità, apportando al prototipo tutte le modifiche necessarie per raggiungere il risultato voluto.

Raccontaci dell’ampliamento di collezione. Vorresti vedere la famiglia più numerosa?

Le variazioni che il primo disegno di Layer ha subito hanno aperto la strada alla possibilità di ampliamento della collezione, che altrimenti sarebbe stata inattuabile. Il processo di progettazione dello sgabello, in particolare, è stato sorprendentemente spontaneo. È proprio questo che intendo quando parlo di logica interna del prodotto: lo sgabello si è sviluppato dal concetto iniziale di Layer quasi in autonomia, io mi considero soltanto un esecutore.

Mi piacerebbe continuare ad ampliare la famiglia Layer, magari con l’aggiunta di un divanetto o di una versione totalmente in legno, senza imbottitura…ovviamente si tratta di decisioni commerciali e strategiche.

C’è una filosofia alla base del tuo design? Ci sono delle linee guida che tendi a seguire quando progetti?

Ciò che lega i miei lavori è forse proprio l’assenza di un filo conduttore. Ogni progetto ha le sue particolarità, ogni cliente è differente. Il fattore comune sta nel mio approccio: parto ricercando l’anima del progetto, che mi aiuta a sviluppare un concept. Da lì, si sviluppa la forma.

Come descriveresti il tuo stile?

Il mio stile è invisibile agli occhi, ma certamente c’è, ed è insito in tutti i progetti che ho disegnato. Sicuramente dei miei prodotti emerge il minimalismo, si vede che non soffrono sotto il peso di decorazioni ed ornamenti superflui. E’ nella mia indole proporre l’essenziale, senza aggiungere nulla. Ricordo le parole di un cliente: “Michael toglierebbe le gambe a un tavolo, se potesse!”. Nulla di più vero.

Cos’è per te il buon design?

Il buon design si concretizza in qualcosa di utile, modesto e silenzioso. Il buon design non emerge a prima vista, ma nell’uso quotidiano. Il buon design è un oggetto onesto, che non finge.